domenica 10 gennaio 2010

Legge regionale per chi denuncia: non attuata

 Bottiglie incendiarie, proiettili contro le vetrine, auto incendiate. È col fuoco che parla la ‘ndrangheta: la bomba davanti al tribunale di Reggio è solo l’ennesima prova che la mafia c’è. Soffoca la Calabria. Lo sanno i commercianti, gli imprenditori, le ditte che vincono gli appalti.
Le denunce? Poche, pochissime, una manciata, dieci, venti, in un anno, al massimo. A non c’è chi alza la testa, chi denuncia. E chi lo fa, dopo aver visto il suo negozio andare in fiamme, non si sente tutelato. «La ditta viene considerata a rischio e dunque non supportata dagli enti pubblici ed è accaduto anche ad alcuni nostri dirigenti, che hanno denunciato e si sono visti gli estorsori, dopo poco, girare davanti al proprio negozio».
A parlare è Antonino Marcianò, presidente della Confesercenti di Reggio. L’associazione di categoria ha creato anche un’organizzazione antiracket. È l’unica a Reggio città. Altre associazioni, dove è possibile denunciare il pizzo, sono nate in provincia, ne sono sette in tutto, sei nella Piana e una a Gioia Tauro.
La Regione Calabria ha anche approvato nell’ottobre del 2008 un regolamento per dare sostegno alle vittime del racket. Chi denuncia potrebbe essere ripagato. Aiutato. «Solo che dopo tale normativa non è mai stato fatto un bando, ne è stata data attuazione alla legge - dice Marcianò, presidente della Confesercenti - lo aspettiamo da oltre un anno». Per adesso si va avanti con la rete delle associazioni, quella antiracket esiste da dodici anni. Chi alza la testa, chi dice no al ricatto della mafia, arriva nella struttura e avvia le pratiche per tentare almeno di aver indennizzato il danno.
La Regione però avrebbe potuto fare di più. Un anno fa ci ha provato, ma quella norma non è andata poi avanti. «Una cosa è l’antimafia e un’altra l’antiracket - dice Marcianò – Denunciare il pizzo significa scontrarsi frontalmente con la ‘ndrangheta e questo oggi fa paura. Noi, in associazione, accogliamo le vittime del racket, dopo che hanno subito il danno, quando ormai sono disperate. In genere l’imprenditore che ha subito un attentato si trova solo. Anzi peggiora la sua condizione, perché non c’è certezza della pena per chi ha commesso il reato e non ci sono norme regionali adeguate. O almeno ci sarebbero pure, ma non sono state portate avanti. Così accade che il titolare di un’azienda, che denuncia si ritrova con un decremento degli affari, con lo Stato che non c’è e di certo non è invogliato ad alzare la testa».
Chi gira per il centro di Reggio può anche trovarsi davanti il titolare di un negozio che, alla parola ‘ndrangheta, risponde infastidito, come se essere preda del racket fosse un destino ineluttabile.
«Denunciare? E a che cosa serve? Alla fine sono tutti fuori quelli che commettono i reati e le imprese restano ferme. Senza guadagni. La ‘ndrangheta non si sconfigge», dicono i commercianti del centro cittadino di Reggio. Nessuno parla. Ma dall’associazione antiracket viene fuori uno scenario inquietante.
La ‘ndrangheta inizia con le intimidazioni, chiede il pizzo, se l’azienda fa affari può anche raddoppiare la richiesta per arrivare poi ad un limite, quello di chiedere al commerciante, che è allo stremo delle risorse economiche, di diventare suo socio.
La ‘ndrangheta compra le aziende. Usa i titolari che le hanno aperte come ‘commessi’ di copertura.
È la tesi avanzata anche dalle relazioni antimafia che si sono susseguite negli anni. È anche per questo che sono nate le associazioni antiracket, per dare un segnale forte, per tentare di frenare il fenomeno. «Naturalmente un discorso a parte va fatto con il settore edile, che è tra i più tartassati – dice Marcianò - In realtà a Reggio, ma anche altrove in Calabria, non esiste un sistema che libera dalla mafia. Noi riusciamo appena a dare un indennizzo dopo una serie di procedure. Ma in quel caso il danno la mafia lo ha già fatto».
Ora sarebbe opportuno lavorare anche sulla cultura civile, quella che si oppone all’omertà.

di Andreana Illiano 
Il Quotidiano della Calabria del 9 gennaio 2010

Nessun commento:

Posta un commento